domenica 1 dicembre 2013

Eldorado




Ero su questo treno che faceva un tratta lunga ma propria lunga come la transsiberiana. A un certo punto appare una splendida stazione. Il treno ferma. La gente scende a fiotti. Io decido di fare lo stesso. Si entra tutti lì. In questa stazione tutto è impeccabile. Le sedie sono dei troni forgiati in oro. I servizi del tè poi non parliamone. Dopo il tè noto una cosa. Tutti quelli scesi con me, ritornano verso il treno. Sono perplesso. Ma non demordo. Io non sono sceso per fare una pausa, tanto il tè lo potevo bere in uno dei vagoni ristorante. Comunque è vero che sù non è permesso fumare. Allora esco dalla stazione dalla parte della strada, direzione città. Ma che vedere: una desolatissima landa che annega all’orizzonte. Stupito, indugo un attimo. Capisco che non c’è altro da fare che risalire a bordo. Ma una volta raggiunto i binari, del treno nemmeno l’ombra. A questo punto mi tocca aspettare lì a lungo, per anni. Soppravvivo, sono albanese. Dopo di che nell ottavo anno di vita erma, ecco il treno. Lo stesso. Quelli che scendono sono stupiti nel vedermi. Forse non tanto per il mio aspetto, quanto per il fatto che io mi trovavo proprio lì in quella stazione. Dopo il loro tè, il treno riparte. Forse tra i scesi c’è stato qualcuno che ha rifatto il mio datato errore. Senza forse, ma sicuramente. Ma forse non è nemmeno un errore. E questa stazione non è del tutto inutile.
Il treno viaggia. I paesaggi si alterano come le stagioni. Solo la gente è sempre quella. La gente muta in sé, questo è vero, ma nel mutare, nell’affacendarsi ricrea sempre la stessa cosa: la quotidianità.
All’improvviso, senza che nemmeno io me ne sia accorto, mi ero buttato dal treno in corsa, a capofitto in un combusto paesaggio, foresta uccisa come quelle de “La Strada” di Cormac McCarthy. Perché l’ho fatto? Non lo so. So solo che non aspetterò più nessun treno. Volterò per sempre le spalle ai binari, quelli che portano da qualche parte. Qui le possibilità di soppravvivenza sono pari a zero. Le possibilità di riscatto pure. Ma qui non c’è nessuno dei ricatti che condizionano la quatidianità di quelli. Qui le possibilità di soppravvivenza sono minime. Acqua di pioggia, principalmente. Questa è la morte. Ma io vado avanti. A capo di non molto tempo, dietro quella foresta uccisa, sbuco a Eldorado. Quella desolazione nascondeva la città promessa. Una fittissima giungla bruciata, per avere così il sentiero per Eldorado.
Adesso vivo in Eldorado, e passo le giornate a lavarore nel ramo dell’oro. Le mie mani valgono oro. Ogni tanto sogno il treno. Ne sto faccendo uno enorme, tutto in oro. Mi coricherò lì dentro, quando mi toccherà rendere l’anima. 

17 giugno 2008 

lunedì 28 ottobre 2013

IL DIKTAT DEL TEMPO (Skender DRINI)

Mi sono svegliato un martedì mattina. Il martedì era giorno in cui non amavo la gente. Il lunedì ancora un poco, ma il martedì non l’amavo affatto. Poi toccava al mercoledì quando io compativo la gente e così i giorni della settimana si alternavano con il mio amore per la gente, scivolando verso il fine-settimana, per poi lasciar posto ad un’altra settimana tale quale la precedente.
Lei mi aveva messo il braccio al collo e capì che questa era la ragione per cui stavo soffocando. Un braccio smilzo, diafano, come un modellino d’anatomia di vetro dove si vedono le ossa e che sulla superficie tiene peli neri e radi. Di martedì lei raccoglieva dentro il letto tutto il freddo del nord e assorbiva senza ostentare piacere tutto il calore del mio corpo. Di martedì io me ne allontanavo molto, andavo fino al margine del letto e così facendo mi è anche capitato di cascare giù.
Lei ha un bacio che a volte mi sembra un timbro, ma uno esangue però rimasto senza inchiostro; altre volte è come se avessi una specie di ferro di cavallo schiacciato contro le mie labbra. Poi non so come mai, mi passa per la testa l’idea che lei non mi abbia mai baciato con le labbra ma con la mascella. Ha una mascella testardissima, rivolta un po’ verso l’interno, che ricorda quelle sporgenti dell'uomo di Neanderthal, o giù di lì. Il periodo preciso non lo saprei dire. Sono però certo che questo tipo di mascella non è mai arrivata fino all’homo sapiens. Fatico a respirare ma ho paura di allontanare il suo braccio dal mio collo. Ho paura che le si spezzi e poi valla a sentire. Con un braccio di vetro freddo così c’è sempre il rischio che si spezzi. Cerco di fare un cunicolo nel letto e nel cuscino per poi schizzare via come dentro un tunnel cercando di sfuggire al contatto di quel braccio di ghiaccio. Noto che ho tutti i muscoli del collo addormentati e mi ricordo che questo è uno dei miei problemi del martedì. Qualcosa tintinna e io ho la netta sensazione che il suo indice sia rotolato giù. Il che non mi dispiace affatto. Ogni martedì il suo indice mi dà il tormento. Di solito me lo vedo puntato proprio quando mi sono preparato per uscire e sono alla porta. È sempre questo il momento in cui si punta contro di me. Quell’indice mi detta chi devo incontrare, quante sigarette posso fumare durante la mattinata, e prima di che ora mi conviene essere di ritorno. Fu una fatica trovare il dito sotto al letto, e per di più dovetti cercare anche la fede. La portava sull’indice come non la porta nessuno, per dare più diktat al suo dito plenipotenziario tramite l’anello del matrimonio. Poi usando un tubetto sono riuscito bene o male ad incollarglielo. Ho cercato di far combaciare i due pezzi, come quei medicastri del medioevo, che non essendo soddisfatti di una frattura, la praticavano più volte. Sì, dovevo proprio aver incasinato tutto, l’avevo ingessato alla rovescia, perché non riuscivo a vedere più quell’unghia con il manicure color visciola. Visciola! Nefasto colore di mantelli da medioevo d’oriente! Ma dove la andava a scovare quel rosso scuro? Girai quel dito per riportarlo al suo posto, ma non era detto che le mie fatiche finissero lì, perché mi ero dimenticato di infilare l’anello. Non mi rimaneva granché da fare a parte ricordarmi di quei medicastri del medioevo…Ero un poco spaventato, perché tutta questa fantasmagoria non dimostrava altro che i mie contorcimenti per sovvertire il diktat di quel dito. Ecco che si levò contro di me mentre facevo per uscire e mi stavo avvicinando alla porta. Contai tra me e me fino e sette. Tanti erano i compiti che dovevo svolgere. Contai mantenendo gli occhi verso la nostra piccina, che aveva fatto un grande sbaglio a nascere da noi due. Aveva commesso anche un altro sbaglio, quello di essere nata brutta. Era difficile che nascesse un'altra bambina brutta quanto lei.
Pensavo che per chiunque fosse difficile riuscire a nascere bello, ci volevano miliardi di combinazioni di cromosomi o che so! Ma brutta così la poteva mettere al mondo persino quella coppia di rom, che si era insediata al pianterreno. Sapendo che quelli sono rom uno non pensa se hanno avuto dei figli belli o brutti. Un rom è un rom e nessuno sta lì a impazzire per sapere com’è fatto un rom. Ma poi, esiste la categoria del bello e del brutto in un rom?

In strada mi accorgo di essere rimasto senza sigarette e mi avvicino al chiosco. Mi dà un enorme fastidio quel braccio da robot che mi allunga le sigarette senza chiedermi nulla. La fuoriuscita del pacchetto raggiunge e supera la velocità del suono, ma l’arrivo del resto ha tutt’altro ritmo, ricorda la velocità del dromedario nel Sahara. Si tratta di una sommetta infima, ma quello lì dentro spera che io gli dirò di tenere il resto, cosa che io non ho la minima intenzione di fare, manco saltasse in aria con tutto il suo chiosco! Ha inizio una gara a chi ritarda di più. Apro piano il pacchetto, cerco a lungo l’accendino per le tasche facendo finta di non vedere l’accendino che lui mi ha allungato; accendo la sigaretta e spengo l’accendino. L’ultimo atto è deciso con l’accendino che alzo su, lo scrollo per vedere se tiene ancora un po’ di gas o no. Con un ritardo così si metterebbe a urlare persino un maiale, ma quello dentro il chiosco è un maiale tra i maiali e non urla. Un leggero sfrigolio proviene dalle monetine che lui rigira per trovare il mio resto.
In fine lui usa la tattica della moneta più grande, che mi allunga lasciando comoda quella più piccola. Se oggi ho una pazienza, devo dire che ho seguito le mie lezioni in materia proprio presso questo chiosco!
Dopo non troppi passi eccomi faccia a faccia col portiere della facoltà, con il gobbo, con la bruttura di quella maledetta lettera “S”? Un uomo la cui stazza distorta ghigna come una maledetta “S”. Lui è l’antesignano dell’uomo normale che, stando dritto e con le braccia distese, formerebbe una bella e benedetta lettera “T”. Deviando un poco l’angolatura delle braccia distese e poggiandola su alcuni ripiani come nei disegni di Leonardo, questa lettera benedetta è stata come un emblema dell’identità della razza terrestre per altri pianeti con probabili forme di vita. Ma si può spedire loro la maledetta lettera “S”? Mai e poi mai, poiché vedendo questa configurazione nessuno degli altri pianeti abitati si metterebbe in contatto con la terra. La lettera “S” è stata frutto di una vagina maledetta e storta, è spuntata fuori avvolta in una placenta dannata e contorta, è uscita legata da un cordone ombelicale maledetto e distorto!
Io mi aspetto che la “S” pronunci il rituale del mattino e la maledetta “S” pronuncia il rituale del mattino: “Benarrivato in questo beato martedì, professore!” Anzitutto non ci può essere un martedì benedetto. Il martedì è stato marchiato come un giorno maledetto da Dio. Come è possibile che non cada in mille pezzi questa “S” baciapiedi con tutto la riverenza che mi porta? Questo coso è la quintessenza del servilismo, ma è inutile dirglielo, perché ti risponde che nessuno è mai finito dentro per servilismo!
Separandomi dalle maledetta lettera “S”, mi viene da pensare che neanche la lettera “T” potrebbe essere benedetta, perché di benedetto non ha proprio niente.
In corridoio, davanti alla porta dove tengo lezione mi attende un’altra persona spiacevolissima. Eccola in piedi, la mia collega, D., cara amica di vecchia data di mia moglie e allo stesso tempo mia disgrazia insormontabile. Fu lei a presentarmi alla mia consorte di vetro, e fu sempre lei che con mille sortilegi mi convinse a sposarla. Lei è stata una sciagura simile anche per altri, ma questi non si fanno sentire perché a quanto pare sopportano bene la loro disgrazia. La mia collega D., ha due labbra tumide di cui io sono convintissimo siano labbra da lesbica. Sono carnose e forti, e dove toccano, si appiccicano come lumache. Tutt’a un tratto me le figuro che si appiccicano anche alle labbra di mia moglie e sul suo corpo. Non ho forse scorto sul corpo di mia moglie echimosi di vecchiaia simili alla forma di due labbra che premono, per cui non vi è acido capace di eroderle? Quelli sono tatuaggi lesbici che non si cancellano mai più!
Essendo mia collega, D. mi ha fatto sposare la sua compagna per averla vicino. Quando mi aspetta così davanti all’entrata dell’aula mi chiede sempre dei favori. Io non la lascio parlare, e le dico subito che non mi deve chiedere nulla su quel tipo, Namik. Da un giorno all’altro quello verrà espulso dall’università. Lei mi aspetta per fare i suoi propositi. Segue uno spiacevole dibattito lì in piedi che mi dà su i nervi. Entro in aula sbattendo la porta dietro di me. Namik è lì al primo banco. Ironico e arrogante. È reputato come il migliore, coi voti tutti dieci, ma lo capovolgo io il suo dieci così dovrà ripartire da 01! Verso metà lezione cito un passo dalla Sociologia di Gidens: “La vita non deve essere guidata da norme o regole. Le nostre attività non cadrebbero nel caos se non si attenessero alle regole, che definisco certi tipi di comportamento come adeguati a circostanze date e altri come come inadeguati. L’andamento regolare in autostrada, ad esempio sarebbe possibile se gli autisti non rispettassero le regole della probabilità dell’auto sulla sinistra ed altre regole del traffico!” Per queste miei citazioni Namik ha scatenato un putiferio in aula ma la mia predilezione per questa citazione era assoluta e l’aula ha taciuto.


Quel martedì io ho incontrato molte altre avversità e subii molto odio, ma il colmo doveva venire mentre ero lì che uscivo dalla porta del decanato. Per mia disgrazia proprio dietro la porta sta appeso uno specchio e i miei occhi si sono posati sull’immagine della mia faccia. Che microcefalo con le guance tirate! Che idiota! La gente si porta addosso qualche protesi, qui o là, invece io ho la faccia che è una protesi massiccia e dopo quel martedì odio me stesso con tutto me stesso!

X

Mi sono svegliato un mercoledì mattina. Il mercoledì io amavo la gente. Il martedì non l’amavo per niente, ma il mercoledì l’amavo proprio. Certo, sarebbe venuto il giovedì e io avrei ripreso a odiare la gente, e così si alternavano i giorni e i miei sentimenti per la gente andando a finire la settimana, per poi lasciare posto ad un’altra settimana tale quale la precedente.
Qualcosa mi carezza il collo. È un peso, ma è leggiadro. Mia moglie aveva allungato il suo braccio e capii che questo era per il motivo per cui assieme alla carezza mi pesava anche il respiro. Ma questo poco importava. Contava solo il fatto che quel braccio poggiava aderente sul mio collo. Era un braccio pieno di salute, ma fine come fosse coniato nel tornio di un artista. Giungeva uguale fino al gomito, lì prendeva un leggero inarcamento, che seguiva con una linea elegante fino a giù. Era piena di vita, piena di fremiti, era come un feeder della corrente, che esce direttamente dalla fonte di energia. Il mercoledì lei accumulava lì a letto tutto il caldo dell’equatore e assorbiva con palese godimento tutta la frescura del mio corpo. Lei ha un bacio singolare, che a volte mi sembra di sentire due petali di rosa, altre volte le labbra di un bebè. È delicato il suo viso, fine e delicato, ed è forse la più riuscita selezione nei lunghi millenni dopo l’homo sapiens. Respiro a stento, ma ho paura di allontanare quel braccio. È così gracile che ho timore di stropicciare le sue articolazioni. Dalla posizione in cui sono disteso vedo solo la metà della mano di quel braccio e le lunghe unghie tinte di manicure, color di carne, che s’intona con la pelle della mano. Di mercoledì, quelle mani non mi sembrano artigli. L'indice dove porta la fede non mi sembra poi una disgrazia. Quando faccio per uscire il suo indice si leva e fa una mossa in alto e in basso. Questo gesto viene seguito nello stesso modo dalle altre quattro dita e ciò per me non è solo un semplice saluto, ma è la mano della pianista sulla tastiera. La nostra piccolina dorme e non me la sento di svegliarla. Non vorrei paragonarla a un angelo, ma direi che se gli angeli esistessero dovrebbero avere le sue sembianze. Ma la gente paragona i bambini agli angeli, e non gli angeli ai bambini, come dovrebbe! Anche gli scrittori commettono questo sbaglio grossolano quando scrivono: “La bambina dormiva come un angelo, o l’infante dormiva come un angelo”, al posto di scrivere “l’angelo dormiva come un bambino!” In tutti i grandi quadri del Rinascimento c’è qualcosa che ti fa pensare e chiedere chi sia esistito prima, i bambini o gli angeli, perché tutti gli angeli sono bambini, magnifici bambini con le ali. I mercoledì la nostra bambina è un’irripetibile creola, una luce tropicale per i miei occhi. Il secondo pensiero che ho è che tutta la sua bellezza non può essere solo un regalo dei suoi genitori, ma anche un lavoro suo, iniziato fin da quando è stata concepita nella pancia materna, per essere il più possibile bella, capace, e forte! Penso anche che chi non inizia questo lavoro fin dalla pancia materna una volta fuori non sarà come deve essere ed è per questo motivo che milioni di bambini una volta fuori non sanno dove sbattere la testa! Il mercoledì nostra figlia è un’irripetibile creola, una luce tropicale per i miei occhi! Il mercoledì la nostra bambina è una creatura irripetibile diventata tale con le sue forze a cominciare fin dalla pancia materna!
In strada mi ricordo che non mi sono rimaste più sigarette nel pacchetto e mi avvicino al chiosco. Il tabaccaio mi rincorre per darmi il resto, ma io non lo accetto. È una brava persona, nella sua povertà. Allo stesso modo è bravo anche il portinaio della facoltà, che mi accoglie. Guardandolo mi sovvengo di un paradosso che ho letto molto tempo fa. L’uomo per essere uomo deve poter formare la lettera “T” col suo corpo dopo aver dispiegato le braccia parallelamente alla terra. C’era anche un degno consiglio per l’angelo della morte, Mengelen: Sei miliardi di uomini avrebbero dovuto mettersi in fila formando la lettera “T”. Chi non fosse riuscito a formarla in modo esatto doveva venire scartato. Dentro questo paradosso era implicita anche l’idea che la lettera “T” fosse una lettera benedetta. Perché? Forse perché con questa lettera dava il titolo al libro sacro degli ebrei, la Torah? Il portinaio della facoltà pur con tutti i suoi sforzi non riesce a formare la sacrosanta “T” col suo corpo, ma io non ho intenzione né di selezionarlo, né di farlo licenziare.
La mia collega D. la vedo in mezzo a un gruppo di docenti verso la fine del corridoio. Nel vedermi lei sorride e alza cinque dita. Questo è un messaggio per mia moglie che è sua stretta amica. Verrò alle cinque! Lei è rimasta nubile e non è più tanto giovane e ciò ha fatto sì che sia un po’ chiacchierona, ma fa niente. Lei mi ha spesso dato una mano per superare situazioni difficili con gli studenti, che a dire il vero sono venute a crearsi per causa mia, perché non sono un asso nella mia materia, e me ne sono sempre infischiato di pedagogia.
Ho cominciato la lezione citando questo passaggio tratto dalla “Sociologia” di Giden, che spero si leghi agli obiettivi della mia lezione: “La vita sociale è governata da norme e regole. Le nostre attività cadrebbero nel caos, se non si attenessero alle regole che definiscono certi comportamenti, come adeguati in date circostanze ed altre come inadeguati. L’andamento regolare in autostrada, ad esempio, sarebbe impossibile se gli autisti non rispettassero le regole della probabilità della macchina a sinistra e altre regole del traffico.” La reazione degli studenti mi ha convinto che era pertinente agli obbiettivi della lezione.
Il mio giorno di lavoro finisce con me che do un’occhiata al mio ritratto in quel grande specchio che si trova dietro la porta del decanato. Lì mi confondo un po’. Al ritratto, già, oppure all’autoritratto? Perché ognuno credo disponga a piacimento del modo di presentare la sua faccia. Arriccia il naso e quella appare stralunata, corruccia le sopraciglia e quella appare rabbiosa, allunga le labbra e quella appare lieta… Dopodiché come si può non dire che l’uomo si fa l’autoritratto allo specchio? Mi piace la mia idea e prima di dirlo ci ho già stampato sopra un sorriso contento di me, ma poi divento di nuovo serio perché mi ricordo di non avere mai visto una foto di Einstein dove egli si conceda un sorriso. Per farla breve, il mercoledì sono una persona felice. Il mercoledì io provo quello che chiamano amor di sé.

Il lunedì, il martedì, il mercoledì e gli altri che chiudono, sono tutti giorni della settimana. Giorni come gli altri. Nessuno può confutare la loro natura di giorni e notti. Si ammetterà anche che questi sono tempo. Quindi, il lunedì, il martedì, il mercoledì etc. sono tempo. Ma, se si ammette che questi sono tempo bisognerà che si ammetta anche che il diverso atteggiamento che ho io verso le persone (a volte le apprezzo e a volte le disprezzo, ora le amo e poi le odio) non dipende da me, bensì dal diktat del tempo.


versione italiana di Astrit Cani
corretto da Elena Cattaneo

martedì 3 settembre 2013

Elona Çuliq

 
 
 
 ***
 
Hai sentito
 
come urtano gli alberi nella tempesta? 
 
Come la tua parola sulle mia labbra, 
 
o il tuo respiro caldo quando
 
sbatte sul bianco della mia spalla.
 
Hai sentito le notti, 
 
come si struggono nei pugni sudati, 
 
e baciano le tracce d'ombra, 
per ripagare la mancanza con quel poco di Te.
 
Ricordi come ti agrappavi a me,
 
come un pendolo alla sua eternità,
 
e una ad una mi ripetevi
 
le preghiere, che alla nostra piccola Chiesa
della mancanza
cantavo ogni venerdì santo.
 
Siamo sul baratro del tempo, 
 
e ogni singolo giorno come un'ultima volontà 
 
lo deponiamo ai piedi degli alberi; e nelle sere bramose di luce
 
sgraviamo l'amore dei cieli. 
 
Hai sentito
 
come urtano gli alberi nella tempesta?
 
Così come urto io nei tuoi occhi. 
 
 
* * *
 
Tu sei l'occhio del mio silenzio
la morte di tutte le mie pelli,
il verbo di tutte le mie labbra,
la parola dei miei sogni, tu sei!
Sei tutte le paure che mi dormono nelle mani,
un tocco lacerato nel vento,
bacio che si fonde nell'acquerugiola
d'autunno,
e rinsecchisci la gola arsa degli alberi
brucianti di voglia di vivere.
Sei l'angelo dei miei incubi,
la morte che mi dorme sul capo,
e come una lampadina fai luce
nelle notti scalciate dai rumori
degli spiriti stonati.
Sei il dolore di tutti i miei giorni,
l'ultima volontà dell'alba che si stende sul colle,
la luna che non è sorta ancora dall'occhio del cielo,
la verità negata, tu sei!
 
PER SEMPRE
Rammendi di tempo siamo
a volte noi lo rattoppiamo, a volte esso ci rattoppa 
e pesantemente,
come una goccia di rugiada un prologo di luce,
un sudario di nebbia che avvolgiamo negli occhi
come l'acqua fredda del mattino
per lavare i sogni
che ci dormono sulle palpebre.
Siamo un sempre che è oggi,
momento che si sbriciola nelle lancette
e riempie gli abissi del cielo,
mutilando il petto del Divino con bocconi
di preghiere, di gente, la cui parola si spegne
nel silenzio degli occhi.
Lassù in cima, nelle ghiacciate alture
del tocco mancato, nella sola immaginazione,
nell'ammiccare degli occhi,
gli orizzonti si ravvolgono, o silente!
E il loro crampo ci lava come il pentimento
con vuoti che rimontano i passi dei passanti
per spaventare la paura dalla solitudine del dire.
Questo istante ultimo di "per sempre",
Qualcosa dice con le dita di spiro che mi tessono la pelle
stille di sudore, gemme di sogni che hanno sete.
E io mi sveglio,
in punta di piedi del mio volo,
e abbraccio il cielo con tutto l'arco delle mie braccia,
quell'eternità per cui la vita è solo un passo, una parola,
quanto uno sguardo e una promessa che non si dice in parole,
ma solo con battiti di cuore. 


* * *

Lascia che scuota i peccati
della notte sul corpo,
e con sogni di fonte,
ti rinfreschi, poiché non dimentichi
mai di spalmere le mie tende
dell'attesa con l'alba che candida
respira nelle ombre dei muri
del tuo regno di silenzio,
e sul fare del giorno,
si scolpisce come un Deus di luce,
nelle mie mani sminuite
dalle scaglie di vita.
Voglio poter metter freno alla tua corsa
e piantare i tuoi passi come semi di fiore
nel mio giardino dell'agonia,
perché il giorno non è lontano
quando gli occhi sboccieranno
nella rosa del tuo tempo.
Sei agonia!
Scorribanda dei cieli che sconvogle
le stagioni,
e li battezza con l'autunno
perenne.
Sei alba, che ti delizï dell'attesa
tra i risvolti della tenda,
e con le mano unte di tenebra
tessi nel telaio del mio soffitto
una collina con relievi d'acqua,
che da un'alba all'altra, faccia nascere
il sole nel mio occhio.
 

giovedì 22 agosto 2013

BILAL XHAFERRI


Al poeta Ismail Kadare
 
Tu sei fiorito nella stagione dei rubli,
Mentre noi altri mangiamo il fango delle paludi,
Tu vai per le vie di Mosca intontando serenate
Alle Natasce, le Tatiane, le Katjenche,
Quando noi ci prendiamo le pallottole delle mitraglie.
Col velluto delle tue poesie copiate
Tu osanni dei boia gli stivali,
Stivali pesanti con chiodi insanguinati
Che hanno calpestato i nostri volti massacrati.
Tu venivi dai salotti dell'aristocrazia rossa,
Venivi da "Dasma" di gloria ubriaco,
Io venivo spedito dal cuore del popolo,
Venivo dal funerale di mio padre fucilato,
Venivo dalla sepoltura della patria libertà. 

Ci scontrammo al buio,
Come due nubi, in una notte di tempesta,
Ma sappiamo bene tutti che il bersaglio
Della mia furia non eri tu:
Io mi scontrai con la tirannia là
Gettai la mia vita tra le grinfie dei lupi
E con la mia morte faccia a faccia mi guardai.


Ballata çame

L'arcobaleno, come un saluto lacrimante
d'addio,
scomparve dietro le lontananze,
sulle creste delle fiamme,
nella pioggia.
Dietro le lontananze scomparve infiammata
la Çamëria
e tutte le nostre strade portano a nord.
Romba il vento mediterraneo sulle terre
antiche d'Epiro
sulle care terre nostrane
degli avi.
Solo i fulmini pasciono i pascoli abbandonati.
Gli oliveti non raccolti rombano come onde
nelle riviera. 
E dovunque la terra dei çamë,
di nubi ricoperta,
geme soffocata in lacrime e sangue, 
sfollata, 
terra senza dio.
Le pallottole ci mostrano il cammino
ci illuminano la via di fiamme, che hanno
inghiottito la terra intera. 

Alle nostre spalle la bufera sbatte le porte sfondate delle case.
E le vie si disperdono disperando verso nord.
Noi, popolo migrante, arranchiamo nella pioggia...
Addio, Çamëri!
  


(queste versioni in italiano sono da considerarsi provvisorie)
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