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lunedì 28 ottobre 2013

IL DIKTAT DEL TEMPO (Skender DRINI)

Mi sono svegliato un martedì mattina. Il martedì era giorno in cui non amavo la gente. Il lunedì ancora un poco, ma il martedì non l’amavo affatto. Poi toccava al mercoledì quando io compativo la gente e così i giorni della settimana si alternavano con il mio amore per la gente, scivolando verso il fine-settimana, per poi lasciar posto ad un’altra settimana tale quale la precedente.
Lei mi aveva messo il braccio al collo e capì che questa era la ragione per cui stavo soffocando. Un braccio smilzo, diafano, come un modellino d’anatomia di vetro dove si vedono le ossa e che sulla superficie tiene peli neri e radi. Di martedì lei raccoglieva dentro il letto tutto il freddo del nord e assorbiva senza ostentare piacere tutto il calore del mio corpo. Di martedì io me ne allontanavo molto, andavo fino al margine del letto e così facendo mi è anche capitato di cascare giù.
Lei ha un bacio che a volte mi sembra un timbro, ma uno esangue però rimasto senza inchiostro; altre volte è come se avessi una specie di ferro di cavallo schiacciato contro le mie labbra. Poi non so come mai, mi passa per la testa l’idea che lei non mi abbia mai baciato con le labbra ma con la mascella. Ha una mascella testardissima, rivolta un po’ verso l’interno, che ricorda quelle sporgenti dell'uomo di Neanderthal, o giù di lì. Il periodo preciso non lo saprei dire. Sono però certo che questo tipo di mascella non è mai arrivata fino all’homo sapiens. Fatico a respirare ma ho paura di allontanare il suo braccio dal mio collo. Ho paura che le si spezzi e poi valla a sentire. Con un braccio di vetro freddo così c’è sempre il rischio che si spezzi. Cerco di fare un cunicolo nel letto e nel cuscino per poi schizzare via come dentro un tunnel cercando di sfuggire al contatto di quel braccio di ghiaccio. Noto che ho tutti i muscoli del collo addormentati e mi ricordo che questo è uno dei miei problemi del martedì. Qualcosa tintinna e io ho la netta sensazione che il suo indice sia rotolato giù. Il che non mi dispiace affatto. Ogni martedì il suo indice mi dà il tormento. Di solito me lo vedo puntato proprio quando mi sono preparato per uscire e sono alla porta. È sempre questo il momento in cui si punta contro di me. Quell’indice mi detta chi devo incontrare, quante sigarette posso fumare durante la mattinata, e prima di che ora mi conviene essere di ritorno. Fu una fatica trovare il dito sotto al letto, e per di più dovetti cercare anche la fede. La portava sull’indice come non la porta nessuno, per dare più diktat al suo dito plenipotenziario tramite l’anello del matrimonio. Poi usando un tubetto sono riuscito bene o male ad incollarglielo. Ho cercato di far combaciare i due pezzi, come quei medicastri del medioevo, che non essendo soddisfatti di una frattura, la praticavano più volte. Sì, dovevo proprio aver incasinato tutto, l’avevo ingessato alla rovescia, perché non riuscivo a vedere più quell’unghia con il manicure color visciola. Visciola! Nefasto colore di mantelli da medioevo d’oriente! Ma dove la andava a scovare quel rosso scuro? Girai quel dito per riportarlo al suo posto, ma non era detto che le mie fatiche finissero lì, perché mi ero dimenticato di infilare l’anello. Non mi rimaneva granché da fare a parte ricordarmi di quei medicastri del medioevo…Ero un poco spaventato, perché tutta questa fantasmagoria non dimostrava altro che i mie contorcimenti per sovvertire il diktat di quel dito. Ecco che si levò contro di me mentre facevo per uscire e mi stavo avvicinando alla porta. Contai tra me e me fino e sette. Tanti erano i compiti che dovevo svolgere. Contai mantenendo gli occhi verso la nostra piccina, che aveva fatto un grande sbaglio a nascere da noi due. Aveva commesso anche un altro sbaglio, quello di essere nata brutta. Era difficile che nascesse un'altra bambina brutta quanto lei.
Pensavo che per chiunque fosse difficile riuscire a nascere bello, ci volevano miliardi di combinazioni di cromosomi o che so! Ma brutta così la poteva mettere al mondo persino quella coppia di rom, che si era insediata al pianterreno. Sapendo che quelli sono rom uno non pensa se hanno avuto dei figli belli o brutti. Un rom è un rom e nessuno sta lì a impazzire per sapere com’è fatto un rom. Ma poi, esiste la categoria del bello e del brutto in un rom?

In strada mi accorgo di essere rimasto senza sigarette e mi avvicino al chiosco. Mi dà un enorme fastidio quel braccio da robot che mi allunga le sigarette senza chiedermi nulla. La fuoriuscita del pacchetto raggiunge e supera la velocità del suono, ma l’arrivo del resto ha tutt’altro ritmo, ricorda la velocità del dromedario nel Sahara. Si tratta di una sommetta infima, ma quello lì dentro spera che io gli dirò di tenere il resto, cosa che io non ho la minima intenzione di fare, manco saltasse in aria con tutto il suo chiosco! Ha inizio una gara a chi ritarda di più. Apro piano il pacchetto, cerco a lungo l’accendino per le tasche facendo finta di non vedere l’accendino che lui mi ha allungato; accendo la sigaretta e spengo l’accendino. L’ultimo atto è deciso con l’accendino che alzo su, lo scrollo per vedere se tiene ancora un po’ di gas o no. Con un ritardo così si metterebbe a urlare persino un maiale, ma quello dentro il chiosco è un maiale tra i maiali e non urla. Un leggero sfrigolio proviene dalle monetine che lui rigira per trovare il mio resto.
In fine lui usa la tattica della moneta più grande, che mi allunga lasciando comoda quella più piccola. Se oggi ho una pazienza, devo dire che ho seguito le mie lezioni in materia proprio presso questo chiosco!
Dopo non troppi passi eccomi faccia a faccia col portiere della facoltà, con il gobbo, con la bruttura di quella maledetta lettera “S”? Un uomo la cui stazza distorta ghigna come una maledetta “S”. Lui è l’antesignano dell’uomo normale che, stando dritto e con le braccia distese, formerebbe una bella e benedetta lettera “T”. Deviando un poco l’angolatura delle braccia distese e poggiandola su alcuni ripiani come nei disegni di Leonardo, questa lettera benedetta è stata come un emblema dell’identità della razza terrestre per altri pianeti con probabili forme di vita. Ma si può spedire loro la maledetta lettera “S”? Mai e poi mai, poiché vedendo questa configurazione nessuno degli altri pianeti abitati si metterebbe in contatto con la terra. La lettera “S” è stata frutto di una vagina maledetta e storta, è spuntata fuori avvolta in una placenta dannata e contorta, è uscita legata da un cordone ombelicale maledetto e distorto!
Io mi aspetto che la “S” pronunci il rituale del mattino e la maledetta “S” pronuncia il rituale del mattino: “Benarrivato in questo beato martedì, professore!” Anzitutto non ci può essere un martedì benedetto. Il martedì è stato marchiato come un giorno maledetto da Dio. Come è possibile che non cada in mille pezzi questa “S” baciapiedi con tutto la riverenza che mi porta? Questo coso è la quintessenza del servilismo, ma è inutile dirglielo, perché ti risponde che nessuno è mai finito dentro per servilismo!
Separandomi dalle maledetta lettera “S”, mi viene da pensare che neanche la lettera “T” potrebbe essere benedetta, perché di benedetto non ha proprio niente.
In corridoio, davanti alla porta dove tengo lezione mi attende un’altra persona spiacevolissima. Eccola in piedi, la mia collega, D., cara amica di vecchia data di mia moglie e allo stesso tempo mia disgrazia insormontabile. Fu lei a presentarmi alla mia consorte di vetro, e fu sempre lei che con mille sortilegi mi convinse a sposarla. Lei è stata una sciagura simile anche per altri, ma questi non si fanno sentire perché a quanto pare sopportano bene la loro disgrazia. La mia collega D., ha due labbra tumide di cui io sono convintissimo siano labbra da lesbica. Sono carnose e forti, e dove toccano, si appiccicano come lumache. Tutt’a un tratto me le figuro che si appiccicano anche alle labbra di mia moglie e sul suo corpo. Non ho forse scorto sul corpo di mia moglie echimosi di vecchiaia simili alla forma di due labbra che premono, per cui non vi è acido capace di eroderle? Quelli sono tatuaggi lesbici che non si cancellano mai più!
Essendo mia collega, D. mi ha fatto sposare la sua compagna per averla vicino. Quando mi aspetta così davanti all’entrata dell’aula mi chiede sempre dei favori. Io non la lascio parlare, e le dico subito che non mi deve chiedere nulla su quel tipo, Namik. Da un giorno all’altro quello verrà espulso dall’università. Lei mi aspetta per fare i suoi propositi. Segue uno spiacevole dibattito lì in piedi che mi dà su i nervi. Entro in aula sbattendo la porta dietro di me. Namik è lì al primo banco. Ironico e arrogante. È reputato come il migliore, coi voti tutti dieci, ma lo capovolgo io il suo dieci così dovrà ripartire da 01! Verso metà lezione cito un passo dalla Sociologia di Gidens: “La vita non deve essere guidata da norme o regole. Le nostre attività non cadrebbero nel caos se non si attenessero alle regole, che definisco certi tipi di comportamento come adeguati a circostanze date e altri come come inadeguati. L’andamento regolare in autostrada, ad esempio sarebbe possibile se gli autisti non rispettassero le regole della probabilità dell’auto sulla sinistra ed altre regole del traffico!” Per queste miei citazioni Namik ha scatenato un putiferio in aula ma la mia predilezione per questa citazione era assoluta e l’aula ha taciuto.


Quel martedì io ho incontrato molte altre avversità e subii molto odio, ma il colmo doveva venire mentre ero lì che uscivo dalla porta del decanato. Per mia disgrazia proprio dietro la porta sta appeso uno specchio e i miei occhi si sono posati sull’immagine della mia faccia. Che microcefalo con le guance tirate! Che idiota! La gente si porta addosso qualche protesi, qui o là, invece io ho la faccia che è una protesi massiccia e dopo quel martedì odio me stesso con tutto me stesso!

X

Mi sono svegliato un mercoledì mattina. Il mercoledì io amavo la gente. Il martedì non l’amavo per niente, ma il mercoledì l’amavo proprio. Certo, sarebbe venuto il giovedì e io avrei ripreso a odiare la gente, e così si alternavano i giorni e i miei sentimenti per la gente andando a finire la settimana, per poi lasciare posto ad un’altra settimana tale quale la precedente.
Qualcosa mi carezza il collo. È un peso, ma è leggiadro. Mia moglie aveva allungato il suo braccio e capii che questo era per il motivo per cui assieme alla carezza mi pesava anche il respiro. Ma questo poco importava. Contava solo il fatto che quel braccio poggiava aderente sul mio collo. Era un braccio pieno di salute, ma fine come fosse coniato nel tornio di un artista. Giungeva uguale fino al gomito, lì prendeva un leggero inarcamento, che seguiva con una linea elegante fino a giù. Era piena di vita, piena di fremiti, era come un feeder della corrente, che esce direttamente dalla fonte di energia. Il mercoledì lei accumulava lì a letto tutto il caldo dell’equatore e assorbiva con palese godimento tutta la frescura del mio corpo. Lei ha un bacio singolare, che a volte mi sembra di sentire due petali di rosa, altre volte le labbra di un bebè. È delicato il suo viso, fine e delicato, ed è forse la più riuscita selezione nei lunghi millenni dopo l’homo sapiens. Respiro a stento, ma ho paura di allontanare quel braccio. È così gracile che ho timore di stropicciare le sue articolazioni. Dalla posizione in cui sono disteso vedo solo la metà della mano di quel braccio e le lunghe unghie tinte di manicure, color di carne, che s’intona con la pelle della mano. Di mercoledì, quelle mani non mi sembrano artigli. L'indice dove porta la fede non mi sembra poi una disgrazia. Quando faccio per uscire il suo indice si leva e fa una mossa in alto e in basso. Questo gesto viene seguito nello stesso modo dalle altre quattro dita e ciò per me non è solo un semplice saluto, ma è la mano della pianista sulla tastiera. La nostra piccolina dorme e non me la sento di svegliarla. Non vorrei paragonarla a un angelo, ma direi che se gli angeli esistessero dovrebbero avere le sue sembianze. Ma la gente paragona i bambini agli angeli, e non gli angeli ai bambini, come dovrebbe! Anche gli scrittori commettono questo sbaglio grossolano quando scrivono: “La bambina dormiva come un angelo, o l’infante dormiva come un angelo”, al posto di scrivere “l’angelo dormiva come un bambino!” In tutti i grandi quadri del Rinascimento c’è qualcosa che ti fa pensare e chiedere chi sia esistito prima, i bambini o gli angeli, perché tutti gli angeli sono bambini, magnifici bambini con le ali. I mercoledì la nostra bambina è un’irripetibile creola, una luce tropicale per i miei occhi. Il secondo pensiero che ho è che tutta la sua bellezza non può essere solo un regalo dei suoi genitori, ma anche un lavoro suo, iniziato fin da quando è stata concepita nella pancia materna, per essere il più possibile bella, capace, e forte! Penso anche che chi non inizia questo lavoro fin dalla pancia materna una volta fuori non sarà come deve essere ed è per questo motivo che milioni di bambini una volta fuori non sanno dove sbattere la testa! Il mercoledì nostra figlia è un’irripetibile creola, una luce tropicale per i miei occhi! Il mercoledì la nostra bambina è una creatura irripetibile diventata tale con le sue forze a cominciare fin dalla pancia materna!
In strada mi ricordo che non mi sono rimaste più sigarette nel pacchetto e mi avvicino al chiosco. Il tabaccaio mi rincorre per darmi il resto, ma io non lo accetto. È una brava persona, nella sua povertà. Allo stesso modo è bravo anche il portinaio della facoltà, che mi accoglie. Guardandolo mi sovvengo di un paradosso che ho letto molto tempo fa. L’uomo per essere uomo deve poter formare la lettera “T” col suo corpo dopo aver dispiegato le braccia parallelamente alla terra. C’era anche un degno consiglio per l’angelo della morte, Mengelen: Sei miliardi di uomini avrebbero dovuto mettersi in fila formando la lettera “T”. Chi non fosse riuscito a formarla in modo esatto doveva venire scartato. Dentro questo paradosso era implicita anche l’idea che la lettera “T” fosse una lettera benedetta. Perché? Forse perché con questa lettera dava il titolo al libro sacro degli ebrei, la Torah? Il portinaio della facoltà pur con tutti i suoi sforzi non riesce a formare la sacrosanta “T” col suo corpo, ma io non ho intenzione né di selezionarlo, né di farlo licenziare.
La mia collega D. la vedo in mezzo a un gruppo di docenti verso la fine del corridoio. Nel vedermi lei sorride e alza cinque dita. Questo è un messaggio per mia moglie che è sua stretta amica. Verrò alle cinque! Lei è rimasta nubile e non è più tanto giovane e ciò ha fatto sì che sia un po’ chiacchierona, ma fa niente. Lei mi ha spesso dato una mano per superare situazioni difficili con gli studenti, che a dire il vero sono venute a crearsi per causa mia, perché non sono un asso nella mia materia, e me ne sono sempre infischiato di pedagogia.
Ho cominciato la lezione citando questo passaggio tratto dalla “Sociologia” di Giden, che spero si leghi agli obiettivi della mia lezione: “La vita sociale è governata da norme e regole. Le nostre attività cadrebbero nel caos, se non si attenessero alle regole che definiscono certi comportamenti, come adeguati in date circostanze ed altre come inadeguati. L’andamento regolare in autostrada, ad esempio, sarebbe impossibile se gli autisti non rispettassero le regole della probabilità della macchina a sinistra e altre regole del traffico.” La reazione degli studenti mi ha convinto che era pertinente agli obbiettivi della lezione.
Il mio giorno di lavoro finisce con me che do un’occhiata al mio ritratto in quel grande specchio che si trova dietro la porta del decanato. Lì mi confondo un po’. Al ritratto, già, oppure all’autoritratto? Perché ognuno credo disponga a piacimento del modo di presentare la sua faccia. Arriccia il naso e quella appare stralunata, corruccia le sopraciglia e quella appare rabbiosa, allunga le labbra e quella appare lieta… Dopodiché come si può non dire che l’uomo si fa l’autoritratto allo specchio? Mi piace la mia idea e prima di dirlo ci ho già stampato sopra un sorriso contento di me, ma poi divento di nuovo serio perché mi ricordo di non avere mai visto una foto di Einstein dove egli si conceda un sorriso. Per farla breve, il mercoledì sono una persona felice. Il mercoledì io provo quello che chiamano amor di sé.

Il lunedì, il martedì, il mercoledì e gli altri che chiudono, sono tutti giorni della settimana. Giorni come gli altri. Nessuno può confutare la loro natura di giorni e notti. Si ammetterà anche che questi sono tempo. Quindi, il lunedì, il martedì, il mercoledì etc. sono tempo. Ma, se si ammette che questi sono tempo bisognerà che si ammetta anche che il diverso atteggiamento che ho io verso le persone (a volte le apprezzo e a volte le disprezzo, ora le amo e poi le odio) non dipende da me, bensì dal diktat del tempo.


versione italiana di Astrit Cani
corretto da Elena Cattaneo

lunedì 6 dicembre 2010

Skënder Drini / Eclissi di una luna di pietra / romanzo


I

Ho detto agli attori di lasciare la prova. La pièce stava vacillando, veniva buttata giù senza alcun sentimento e senz’anima. I due grossi ventilatori giravano in vano, come due perdigiorno vinti dall’arsura di quel giorno d’agosto. Non si può combinare niente di serio con il sudore che ti cola a fiumi, con gli attori che sbadigliano e con il pensiero su un altra pièce, come ce l’avevo io. Volevo rifare l’Amleto su una piattaforma molto parti-colare.
Gli attori si sono sparpagliati un po’ dovunque. Io sono salito nella hall. Ho acceso una sigaretta cercando di non pensare a niente, quando mi hanno chiamato dal balcone.
- Vieni un po’ qua, Bert…
- Che c’è? - ho risposto.
- Guarda un po’ il tipo laggiù…
La piazza davanti al teatro era deserta. Ebbi comunque quest’impressione anche se di fronte si trovava un uomo con le mani incrociate, un uomo con un lunga barba, troppo nera e sottile da asceta, che gli arrivava fin su petto. Anche i capelli gli arrivavano fin lì. Fece alcuni passi misurati e giunse in mezzo alla piazza. Alzo la fronte al cielo e rimase così per un pezzo.
- O Dio! Quello ce l’ha con noi… - disse con voce tremula l’attrice che mi aveva chiamato in balcone.
- I capelli, la barba, l’abito… Tutto nero! - sussurrai e nello stesso istante ebbi l’impressione che quella piazza stava diventando sempre più deserta.
- Ce l’ha con noi! Lui ci sta sfidando… - proseguì l’attrice.
Cercai di vedere gli occhi di quell’uomo. Il suo sguardo mi forava la fronte, ma era impossibile vederlo negli occhi. Guardai il suo abito nero, cucito con gusto, la sua cravatta fine, e le scarpe lustrate.
“Ha un’eleganza minacciosa…” non so perché mi venne da pensarlo.
- Sarà qualche straniere, di quelli col delirio della scena…
- Qualcosa mi dice che conosco quest’uomo… - ho detto e sono uscito di corsa verso la hall.
- È sempre lì. Non si schioda! Mi giunse la voce della attrice da dietro. Ma, lui scappò non appena mi vide sulle scalini esterni. Si scostò come se venisse pedinato, buttando dietro la spalla sinistre con un gesto improvviso, la sua lunga barba.
- Alfred! Fred… - feci per chiamarlo, ma me ne pentii. Come avevo fatto ha pensare a quel ragazzo che non vedevo più da anni? Mi prese una paura improvvisa, come se avessi chiamato un morto. Quell’uomo, di Fred, non aveva che la fronte. Grande, ampia, socratica…
Lui mi girò le spalle e io riconobbi anche il passo di Fred, lungo, buttato dall’alto e un po’ forzato? Non ave-va sempre fatto tutto senza voglia?
Lo seguì. Ora lui marciava sul marciapiede aprendosi con le mani la via tra le gente. Non dribblava nessuno, non evitava nessuno, ma li allontanava con la mano tesa, come un ordine, come una minaccia. Nella sua andatura c’era qualcosa di innaturale e di spaventoso, per questo la gente gli sbaragliava la strada. Solo davanti al Bar Europa indugiò a proseguire dritto come un razzo e io sentii pronunciare due parole di fila. La prima fu “il pazzo” e la seconda: “l’Apostolo”. Lo vidi girarsi verso la vetrata del caffè. Dal tavolo dietro il vetro si alzò un giovane di statura alta che gli si fermò davanti. Il mio uomo allungò la mano e puntò con l’indice in direzione dell’altro. Anche l’altro puntò il suo indice. Le loro dita si incontrarono nello stesso punto, poi il mio uomo come se si fosse ricordato di qualcosa, sembrò pentito del gesto e allontanò la mano in fretta.
- Fred… - lo chiamai io a mezza voce, mettendoli una mano sulla spalla. Potevo sbagliarmi, ma non volevo sbagliarmi. Adesso volevo che lui fosse Fred in carne ed ossa.
Lui si scostò senza rispondere. Mi convinsi che era proprio Fred. Un altro mi avrebbe chiesto cosa cercavo, si sarebbe anche stupito.
Lo raggiunsi alla fermata dell’autobus, ma non riuscii a trattenerlo. Lo seguii oltre e lui si fermò da solo, men-tre io stavo pensando di rinunciare.
- Che hai da seguirmi? – mi chiese girandosi a metà verso di me.
- Fred, ma io… - fui colto alla sprovvista e volli pararmici davanti, ma lui me lo impedì e riuscii solo a vederlo di profilo.
- Che vuoi da me? Non lo vedi che sono in piena eclissi? La metà della mia faccia è oscurata… - disse lui con una voce grave, che sembrava uscirgli da dietro la schiena. Ebbi a pensare che lui non si trovasse a metà eclissi, ma in pieno oscuramento. Lo pensai senza pena e senza confusione. A sangue freddo, come una constatazione su un perfetto sconosciuto. Non pensai che fosse così, ma ecco che così lo pensai.
- Quand’è che sei arrivato? - gli chiedi.
- Io non sono arrivato. Io sono sempre stato qua - rispose lui con un tono da predicatore.
- Fisicamente non ti trovavi qui - gli risposi con lo stesso tono.
- E va be’… Così sia…
- Ho avuto nostalgia di te… - cercai di dire con un po’ di calore. Mi era veramente mancato quel ragazzo.
- Sono nel bel mezzo di un’eclissi e non riesco a ridere, ma posso ghignare. Tu credi che ero scappato dal comunismo? Se vuoi saperlo sono scappato dalla mia gente, da te, da gli angeli di guardi, sono scappato da quelli che mi avevano ricoperto di piume… Io volevo proseguire, ma lui mi trattene con la mano, con fare autoritario. Le sue parole erano gravi, ma era ancora più grave, che mi stava trattenendo di spalle. Era umiliante.
- Questa città è molto migliorata. Si è europeizzata… - disse all’improvviso.
- Dove lo vedi? – gli domandai un po’ stravolto.
- Non aggrediscono i pazzi. Al massimo li inseguono, come fai tu.
A poco a poco mi stava facendo arrabbiare. Per quel-lo era come far tendenza, come menar vanto. Lui era stato una specie di narciso, o per dirla meglio avevano cercato di renderlo tale. Avevano agito così i suoi genitori.
- Mi puoi procurare un mantello nero. Te lo pago costi quel che costi…
- Ne vuoi uno col cappuccio? Gli chiesi con una specie di ostilità.
- No! Non voglio coprire la faccia. La gente deve vederla quando ci sarà l’eclissi totale.
Per un attimo ebbi a pensare che era stato proprio Fred che aveva diffuso il panico de cataclisma che sarebbe successo. Sarebbe venuto in seguito ad una eclissi totale, non prevista dagli astronomi. Da tempo la città brulicava di sette. Entrava e uscivano protestanti bianchi, fragili e ingenui, che non avevano esitato a scendere dal Nord in questo paese, dove la religione l’avevano fata saltare in aria con la dinamite. Questi erano morbide gramigne, spezzate in due, dalla debolezza della schiena. Venivano predicatori di Bahai, universali nella loro bontà e nella loro lingua, Testimoni di Jeova, con una mistica turbata… Vi approdavano avventisti, pronti a lavare i piedi a chiunque mettesse piede nella loro setta… Ma quasi tutti avevano scelto un brutto momento, nel momento della resa dei conti… Cosa avrebbero avuto in cambio quelli che avrebbero sposato la setta? Avevano forse diffuso l’idea del cataclisma in cambio di un compenso? Quando sarebbe successo? Non erano stati loro a seminare il panico. Solo Fred lo poteva fare. Poteva essere pazzo, poteva fingersi pazzo. Ma, il peggio era che se avesse continuato così, avrebbe potuto impazzire per davvero.
- Arriverà l’eclissi totale! Arriverà per punirvi, perché mi avete mandato in Europa come un mite agnello e l’Europa mi ha sbranare! – disse lui con rabbia. Ora i suoi occhi si erano accesi e si erano ingranditi. La metà del suo volto a sua volta si era oscurata ancora di più.
Lui lanciò uno sguardo intorno e aspettò che si avvicinasse un bambino che passava con una bottiglia di limonata in mano. Gli estorse la bottiglia. Me lo mise davanti al naso, poi la lasciò cadere a terra con un finta delicatezza, come per mostrarmi che lui non era più quel mite agnello che l’Europa aveva sbranato. La bottiglia andò in mille pezzi col rumore di una bomba, che esplode inaspettata, mentre io notai a malincuore che i passanti non si indignarono minimamente.
- Lo vedi? Nessuno si è disturbato! Fottuti meschini! Mi hanno accettato così come sono, ma non mi accetteranno mai diverso questi cani! - disse lui con asprezza e cercando di cogliere i passanti con un gesto incontrollato della mano.
Fui preso da una specie d’ansia al pensiero che anche il bambino era andato via senza emettere il mini-mo suono. Così anche lui l’aveva accettato come era? I miei occhi si posarono sul margine dei nostri pantaloni unti di limonata. I suoi erano veramente bagnati. Volevo dirgli che l’eleganza non si sposa con la ferocia, ma non ne ebbi il tempo, perché lui in tanto si era allontanato. Girai e mi diressi da dove ero arrivato. A tratti mi sentivo pensieroso e svuotato. Mi parve di aver abbandonato quel uomo al suo destino. Mi sembrò come se mi fossi separato troppo facilmente da lui, come da un passante, di cui si ha solo una impressione istantanea. Al Bar Europa non si era ancora mosso quell’energumeno. Attorno a lui si rideva e si facevano i brindisi con i tambler pieni di cognac. Aspettai per sentire il nome di Fred, ma non potevo captare niente per via del vetro. Lui alzò gli occhi verso me. Mi aveva visto mentre parlavo a Fred. Io non compresi perché allungai il braccio verso lui e toccai il vetro, come aveva fatto Fred. Lui ebbe un attimo di esitazione e poi fece altrettanto. I nostri indici coincisero. Lo vidi negli occhi. Aveva appena sorbito una celia dal famoso regista della città. E se gli avessi parlato? Cambiai idea. Andai al teatro.